Quando il preside è vittima di revenge porn: cosa succederebbe davvero a scuola?
Il fenomeno del revenge porn coinvolge anche figure istituzionali come i dirigenti scolastici, sollevando questioni delicate sulla tutela della privacy, della dignità personale e del decoro dell'istituzione che rappresentano. La fiction "A Testa Alta" ha portato alla ribalta mediatica questa problematica, illustrando il grave impatto sociale e professionale per un preside vittima di diffusione non consensuale di materiale intimo. Nella realtà italiana, la legge Codice Rosso (2019) ha introdotto specifiche norme contro il revenge porn, e il sistema disciplinare scolastico interviene solo in presenza di dolo o colpa grave dell'interessato, riconoscendo il dirigente come vittima e non come responsabile del reato.
Il Ministero dell'Istruzione è l'unico organo competente per attivare procedure disciplinari nei confronti dei dirigenti scolastici; il Consiglio d'Istituto non ha poteri disciplinari, potendo solo esprimere solidarietà o segnalarne i casi. In assenza di responsabilità diretta, le sanzioni sono generalmente escluse, anche se l'impatto mediatico può provocare una grave lesione della reputazione personale e istituzionale, con rischi di vittimizzazione secondaria. È fondamentale prevedere percorsi di sostegno psicologico e comunicativo per le vittime e la comunità scolastica, per preservare fiducia e autorevolezza.
La giurisprudenza italiana ha mostrato attenzione nel distinguere tra il dirigente vittima di reati di natura informatica e chi compie effettivamente atti lesivi, privilegiando la tutela della dignità personale. L'esperienza suggerisce che solo un approccio equilibrato e fondato su garanzie può garantire la continuità educativa e restituire autorevolezza sia ai presidi che alle istituzioni scolastiche, in un contesto di crescente pressione sociale e digitale.