Salò o le 120 giornate di Sodoma: il pugno di Pasolini contro il potere capitalista e l’eterno scandalo del cinema italiano
Il film "Salò o le 120 giornate di Sodoma", diretto da Pier Paolo Pasolini, rappresenta un pugno duro e provocatorio contro il potere capitalistico e le sue forme di oppressione. Uscito cinquant'anni fa, resta uno dei più controversi e censurati della storia del cinema italiano. Pasolini si ispira al romanzo omonimo di De Sade, ma ambienta la vicenda nell'Italia fascista degli ultimi giorni della Repubblica Sociale Italiana, trasformando il castello di Salò in metafora di una società dominata dalla sopraffazione e dalla corruzione dell'individuo. La narrazione è esplicita, violenta e sconvolgente, mai gratuita, utilizzata come strumento di denuncia sociale che mostra come il potere capitalistico riduca l'essere umano a semplice oggetto da sfruttare. Al centro del film ci sono quattro signori, simboli delle istituzioni oppressive: aristocrazia, Chiesa, magistratura e politica, incarnazioni di una borghesia che esercita un dominio crudele e immorale. Presentato al Festival di Parigi, il film suscitò reazioni contrastanti, tra interesse intellettuale e richieste di censura. In Italia, subì un'ostracizzazione severa con divieti e polemiche aspre, ma col tempo è stato rivalutato come opera cruciale nel panorama del cinema d'autore e come critica radicale al capitalismo e alla censura. Ancora oggi il film rimane attuale, denunciando la mercificazione del corpo e l'alienazione che derivano dal consumismo e dal potere globale, costituendo un imperativo culturale e morale per riflettere sul rapporto tra individuo, potere e libertà.