Università e lavoro, il paradosso delle laureate italiane: più brave negli studi, ma penalizzate nello stipendio
Il divario di genere nel mercato del lavoro italiano emerge come un problema strutturale nonostante il rendimento scolastico superiore delle donne. Le ragazze ottengono voti più alti e si laureano prima, ma queste performance non si traducono in vantaggi professionali, evidenziando una rottura nel passaggio dall'università al lavoro. La segregazione orizzontale è uno dei fattori chiave: le donne si concentrano in settori meno remunerativi come l'educazione, influenzate da stereotipi culturali e percorsi formativi ancora non equamente distribuiti.
Oltre alla scelta del settore di studio, le laureate italiane affrontano un notevole gender pay gap che si manifesta fin dal primo impiego e tende ad ampliarsi nel tempo. Molte accettano salari più bassi, spesso per conciliare lavoro e responsabilità familiari. Nel settore pubblico, nonostante la maggioranza femminile in molti comparti, il soffitto di cristallo persiste: le posizioni dirigenziali restano largamente dominate dagli uomini a causa di dinamiche informali e bias di leadership.
Questo scenario riflette lacune strutturali italiane in termini di politiche di conciliazione, welfare e cultura organizzativa, che penalizzano il talento femminile. Malgrado normative esistenti per la parità di genere, l'attuazione rimane incompleta, mantenendo il divario salariale e di carriera. In un contesto di calo demografico, colmare questo gap è essenziale non solo per equità ma per la competitività nazionale.